Il medico deve sapere osservare le relazioni fra l'uomo e il mondo esterno, fra abitudini di vita e malattia. Solo dopo aver colto tutti questi elementi egli potrà risolvere il problema terapeutico, secondo la regione, il clima e l'individuo.
(Nei Jing Su Wen)

Rando Diana - Dietista e Naturopata - Verona
rando.diana@libero.it

lunedì 18 maggio 2009

Il silenzio degli innocenti


Un bambino nasce e l’arma più potente che ha è la sua voce: il pianto. Non esiste niente di più potente al mondo: richiama l’attenzione di tutti gli esseri viventi che gli stanno attorno. Nessuno può fare finta di niente, tutti accorrono per vedere di che cosa ha bisogno: avrà fame? sarà stanco? sarà da cambiare? avrà male?
Non è facile capire di cosa ha bisogno, si va per tentativi. Dopo millenni di vita sulla Terra, l’essere umano non è ancora in grado di decifrare il primo linguaggio di un bambino: il pianto. E così si finisce per fare quello che fanno tutti: si cerca di farlo smettere tappandogli la bocca. Si mette semplicemente una barriera tra noi e il suo pianto: un succhiotto, un biberon, del cibo. E finalmente (nel 99% dei casi) il bambino smette di piangere. E ci si può dedicare ad altro.
Ecco come abbiamo imparato fin da piccoli a non ascoltare più i nostri bisogni, a non capire più le nostre necessità, i nostri desideri, a placare la nostra frustrazione. Basta mettere ancora una volta una barriera: a volte il cibo, a volte una sigaretta, a volte un alcolico, altre volte la droga. Basta poco per placare il nostro pianto interiore, il nostro bisogno di essere capiti, ascoltati, amati. E’ così che nascono i disturbi legati all’alimentazione: anoressia, bulimia, binge eating disorders. E anche tutte le dipendenze: droga, alcol, fumo, sesso, gioco d’azzardo.
E’ vero, forse fin da bambini non siamo stati ascoltati, amati, nutriti. Ma questo non deve diventare un alibi per continuare a farsi del male o per ripetere lo stesso modello genitoriale con i nostri figli. Una volta acquisita la consapevolezza di questo pesante bagaglio che ci trasciniamo dietro dall’infanzia, il passo successivo può essere uno solo: imparare a lasciare andare la zavorra, a mollare la presa per poter liberare la nostra vita dalle catene del passato. L’unico tempo veramente importante è il presente: adesso e qui.
Solo adesso e qui possiamo cominciare ad ascoltare quel bambino che ancora piange dentro di noi. Se anche noi continueremo a chiudere la sua bocca come potrà dirci di cosa ha bisogno per essere felice? Quando tappiamo la bocca al bambino che è dentro di noi continuiamo a non voler sentire il nostro Io che urla e piange perché vuole spezzare le catene del passato, vuole essere libero, vuole rinascere.
Quando non siamo felici nel luogo in cui ci troviamo, sia esso il lavoro, la famiglia, la città in cui viviamo, il senso di insoddisfazione, di frustrazione, di incapacità di effettuare un cambiamento nella direzione desiderata crea uno stato di ansia, di disistima, di impotenza che la maggior parte delle volte viene placato con il cibo oppure con il fumo.
Quando ci arrabbiamo con qualcuno ma non riusciamo a sfogare la nostra rabbia, a dire ciò che pensiamo, ad esprimere quello che sentiamo dentro, la nostra mano, ancor più velocemente del pensiero, afferra il cibo e in un baleno, senza accorgercene, l’oggetto della nostra rabbia è lì, dentro la nostra bocca. E lo mastichiamo, lo stritoliamo, lo sbraniamo come se stessimo facendo tutto questo a qualcuno. E troppo spesso quel qualcuno siamo noi stessi. Allora l’atto non si rivolge più a qualcosa di esterno, ma di interno al nostro organismo: il nostro stomaco, colui che deve digerire tutto, anche i “rospi”, i “mattoni” e le ingiustizie (“questa cosa proprio non mi va giù”, “non lo digerisco”, “ho come un peso sullo stomaco”). Nasce così la gastrite e poi l’ulcera, che corrispondono a mangiare se stessi per non mangiare gli altri.
Quando abbiamo una relazione insoddisfacente, oppure non abbiamo nessuna relazione e ci sentiamo soli, mangiare cose dolci compensa quella dolcezza che ci è sempre mancata nella vita. Ma appena terminata la breve e illusoria sensazione di benessere provocata dall’aumento della produzione di serotonina nel nostro organismo, ripiombiamo nella triste realtà di tutti i giorni: la solitudine. Ed è spesso per tristezza e solitudine che si mangia, si beve, ci si droga, per colmare quel vuoto che separa la vita che vorremmo dalla vita reale.
E poi c’è il triste mondo di chi è sempre a dieta, per rincorrere un progetto futuro di magrezza e di felicità, rappresenta dall’approvazione sociale, dal successo, dall’illusione di poter risolvere tutti i problemi, dal sentirsi finalmente desiderati e amati. Una felicità fittizia, perché fondata su basi instabili, impermanenti, che non riescono a penetrare la profondità del nostro essere. Ma ancora una volta, ciò che non viene tenuto in conto è sempre quel bambino dentro di noi che vuole essere ascoltato e che noi mettiamo nuovamente a tacere costringendolo alla fame. Ma lui si ribella ed urla che non ne può più, che vuole vivere, mangiare ed essere amato. Non ne può più di surrogati. E quando tutto ciò accade, in superficie, nella vita di tutti i giorni che non ci piace e vogliamo cambiare, nasce l’ansia, la paura, il panico di non riuscire più a tenere la situazione sotto controllo. Nascono i sensi di colpa (“ho rovinato tutto”), le autoaccuse (“non riesco a combinare niente di buono”), i rimproveri (“è colpa mia”), la disistima (“non ce la farò mai”): e allora, visto che non siamo proprio capaci di tenere tutto sotto controllo, tanto vale lasciare andare le briglie e correre come cavalli impazziti. Ma alla fine della corsa tutto torna come prima, anzi, peggio. Perché ora bisogna combattere anche contro il senso di fallimento, che può farci scivolare nel baratro della depressione oppure può darci la forza di rideterminare, di ritentare ancora una volta questa sfida. Ma se utilizzeremo ancora l’ipercontrollo per cercare di risolvere la nostra infelicità interiore continueremo a sbattere sempre contro lo stesso muro. Chi dei due vincerà? Sicuramente non noi.
Allora qual’è la strada da percorrere, il mezzo da utilizzare per diventare finalmente felici? Se vogliamo uscire da quel tunnel che si è creato fin dall’infanzia e che sembra segnare obbligatoriamente la strada della nostra vita fino alla fine, dobbiamo fare quello che non ci è mai stato concesso fin dall’inizio: ascoltare. Ascoltare le nostre emozioni, i nostri desideri, le nostre sensazioni: seguire il nostro istinto.
Il nostro istinto non sbaglia mai: è ciò che ci ha permesso di sopravvivere fino ad oggi nella storia dell’umanità, quello che guida l’essere animale che è dentro di noi che, come il bambino, non utilizza la mente razionale per sapere cosa è meglio fare. Se impariamo ad ascoltarlo, ci indicherà esattamente ciò di cui abbiamo bisogno. È l’unico di cui ci possiamo fidare, perché ci appartiene, fa parte di noi e sa di cosa abbiamo bisogno per essere felici. Per troppo tempo lo abbiamo soffocato pensando che altri potessero saperlo meglio di noi. Ma è giunto il momento di prendere in mano le redini della nostra vita e di iniziare a guidarla personalmente, basandoci sul nostro istinto, basando le nostre scelte su ciò che sentiamo che ci fa star bene e non sulle aspettative degli altri. Perché le uniche persone veramente interessate alla nostra felicità siamo noi stessi.

domenica 5 aprile 2009

I bambini, piorità del mondo


I bambini non sono una priorità del mondo, e non lo sono mai stati. Questa frase letta in un libro veramente illuminante[1] mi ha scosso profondamente, sia come essere umano, sia come mamma, sia come operatore del benessere. E non ho potuto non essere d’accordo con ciò che stavo leggendo.
Viviamo in un mondo che non è assolutamente a misura di bambino, nonostante molto sia stato fatto rispetto al passato per migliorare le condizioni di vita e di salute generali. Ma ancora oggi (e soprattutto oggi) i valori fondamentali ruotano attorno agli interessi degli adulti: lavoro, denaro, egocentrismo e priorità personali.
Come libero professionista che si occupa di alimentazione non ho potuto non convenire che, anche in campo alimentare, gli interessi dei bambini non hanno la priorità. Se così fosse, l’interesse primario sarebbe la salute dei nostri figli e non il guadagno economico delle ditte produttrici.
Quante mamme e nonne hanno ceduto di fronte al modo subdolo e allettante di promuovere il consumo di biscotti e merendine, pur sapendo che gli ingredienti in essi contenuti sono tutto fuorchè sani? Se la salute dei nostri figli fosse veramente il nostro interesse primario, continueremmo ancora ad offrire loro questi prodotti? Il problema principale è che la pubblicità punta moltissimo a far leva sui nostri punti deboli: cibo = amore = cura = ricompensa = calore = ricordo = attenzione. Questo a tutte le età.
Chi potrebbe affermare che una mamma o una nonna non tengono alla salute dei propri figli o nipoti? Potrebbe qualcuno pensare che esse vogliano il loro male? Assolutamente no! Allora perché continuiamo a minare la salute dei nostri figli con un’alimentazione che sta continuamente dando prova della mancanza di salubrità che dovrebbe invece garantire, soprattutto a chi andrebbe maggiormente tutelato, cioè i bambini?
Non esistono cibi buoni o cibi cattivi in assoluto: ciò che bisognerebbe principalmente considerare è lo stile alimentare quotidiano, quello di tutti i giorni. Purtroppo, è proprio l’alimentazione di tutti i giorni ad essere la causa di varie problematiche e patologie: allergie, sovrappeso, obesità e diabete in giovanissima età, come esempi più eclatanti. Ma non sono da trascurare le intolleranze, le malattie della pelle (eczemi, dermatiti, psoriasi, ecc.), le patologie intestinali (disbiosi, colite, stitichezza), infiammazioni persistenti e recidivanti (otiti, sinusiti, bronchiti, influenze e raffreddori). La lista potrebbe allungarsi all’infinito, perché ciò che noi esprimiamo attraverso la nostra salute o malattia dipende per la maggior parte da ciò che introduciamo nel nostro organismo. E anche quando si parla di malattie genetiche non bisogna dimenticare che anche i nostri geni vengono costruiti a partire da ciò che mangiamo.
Se i danni provocati dall’alimentazione scorretta fossero immediati, acuti e visibili, allora saremmo molto più attenti a ciò che introduciamo nel nostro organismo. Ma poiché spesso restano silenti per molti anni o forse non si manifesteranno mai in maniera esplicita, limitandosi a piccoli fastidi quotidiani e a sintomi che possono venire soppressi velocemente con qualche farmaco (o anche rimedio naturale), allora non diamo loro peso, trovandoci poi a dover fare i conti con patologie conclamate anche gravi.
Una madre che investe nel futuro dei propri figli sarà attenta a quello che mangia, beve e respira ancora prima di concepire una nuova vita. Così sarà anche durante la gravidanza e dopo il parto e oltre, quando questa nuova creatura venuta al mondo inizierà ad alimentarsi con cibi diversi dal latte materno. Questo è forse il migliore investimento che un genitore possa fare per i propri figli, più dei libretti di risparmio, delle polizze sulla vita, della scelta della migliore scuola del mondo. Ma per riuscire a fare questo, bisogna prima di tutto iniziare a nutrire saggiamente il bambino che vive dentro di noi: bisogna cominciare a prendersi cura di se stessi.

[1] Hugh & Gayle Prather – “Genitori nell’anima – come capire e nutrire il cuore dei figli” – Gruppo Editoriale Futura

giovedì 11 dicembre 2008

Alimentazione e Pranayama

In tutte le religioni e le filosofie antiche si ritrovano indicazioni relative al cibo, alla sua assunzione, alla salute e alla malattia.
Questo brano è tratto dal libro "Teoria e pratica del Pranayama" di B.K.S. Iyengar - Edizioni Mediterranee.
Le indicazioni che vi si ritrovano sono alquanto interessanti e attuali.

Nella Mahanarayanopanisad, il cibo è descritto come il requisito primario senza il quale l'uomo non può sviluppare il corpo anatomico a livello spirituale.
Il sole irradia il calore che fa evaporare l'acqua. Il vapore si trasforma in nubi, dalle quali la pioggia cade sulla terra. L'uomo coltiva la terra e produce il cibo che, consumato, crea l'energia necessaria al mantenimento del vigore. Il vigore genera la disciplina, che sviluppa la fede, la quale dà la conoscenza. La conoscenza dispensa l'apprendimento, che porta la compostezza, la quale crea la calma. La calma instaura l'equanimità, che sviluppa la memoria e questa induce il riconoscimento. Il riconoscimento apporta il giudizio, il quale conduce all'autorealizzazione.
Il cibo deve essere sano, gradevole e congeniale al corpo e non deve essere ingerito soltanto per gratificare i sensi. Si divide in tre categorie: sattvico, rajasico e tamassico.
Il primo promuove la longevità, la salute e la felicità.
Il secondo produce eccitazione.
Il terzo crea le infermità.
I cibi rajasici e tamasici offuscano la coscienza e ostacolano il progresso spirituale.
E' dovere del sadhaka* scoprire, mediante prove e sperimentazioni, quali sono i cibi adatti a lui.
Il carattere è influenzato dal cibo. La pratica del Pranayama cambia le abitudini alimentari del sadhaka. Il temperamento dell'uomo è influenzato dalla dieta perchè ciò che egli mangia condiziona il funzionamento della mente.
Il cibo vegetariano sattvico, tuttavia, può essere ingerito da tiranni, i quali resteranno comunque rajasici o tamasici. Ciò che importa è lo stato d'animo di chi mangia. Una dieta consistente di soli cibi sattvici aiuterà a conservare una mente limpida e incrollabile.
Il corpo è la dimora dell'io individuale. Se dovesse perire per mancanza di cibo, l'Io lo abbandonerebbe. Il corpo deve essere protetto per ospitare l'Io. Trascurare il corpo porta alla morte e alla distruzione dell'Io.
Secondo la Chandogyopanisad, i cibi solidi, i liquidi e i grassi che alimentano il corpo vengono divisi ognuno in sedici parti all'atto del consumo.
Il cibo si divide in tre di esse: le più grossolane diventano feci, quelle mediane divengono carne e le più sottili diventano la mente.
In quanto ai liquidi, i più grossolani diventano urina, quelli medi diventano sangue e i più sottili divengono energia (prana).
Lo stesso avviene per i grassi: gli ingredienti più grossolani diventano ossa, quelli medi midollo e i più sottili favella.
Non mangiate quando non scorre la saliva, perchè questo indica che il corpo non ha più bisogno di cibo. La quantità e la qualità del vitto devono essere moderate. Quando si ha veramente fame e sete, il cibo viene immediatamente assorbito nell'organismo e lo nutre.
L'acqua da sola può sempre placare la sete. Un vero assetato non cerca altra bevanda che l'acqua.
Frenate la fame e la sete artificiali.
Non mangiate quando siete emotivamente turbati. Quando durante il pasto prevale un nobile stato d'animo, allora tutti i cibi, eccettuati quelli velenosi, sono sattvici.
Il fuoco della digestione è acceso dall'energia che nasce dalla respirazione. Un vitto moderato e nutriente è necessario per mantenere il vigore, la forza e la prontezza della mente.
Evitate i digiuni.
Secondo la Taittiriya Upanisad, il cibo è Brahman*. Deve essere quindi rispettato, non deriso, e non se ne deve abusare.

Note:
* sadhaka: praticante, colui che ricerca
* Brahman: Essere Supremo, causa dell'Universo, spirito onnipervdente dell'Universo

mercoledì 10 dicembre 2008

La prevenzione


Nella società odierna è molto diffusa l’idea che prevenire significhi fare abitualmente visite, controlli, esami e radiografie. Ciò deriva probabilmente dalla consuetudine di considerare la medicina come una pratica atta a “curare” semplicemente eliminando i sintomi delle patologie. Per questo tipo di medicina, il sintomo è qualcosa di inopportuno da sopprimere immediatamente e la malattia è un “male” che va debellato il prima possibile e non l’espressione di uno squilibrio nella stato di salute dell’individuo. I numerosi programmi televisivi che trattano di medicina, salute e benessere, le diffuse campagne pubblicitarie per la “prevenzione” delle varie patologie, gli articoli pseudo-scientifici che appaiono su riviste soprattutto femminili sono tutti orientati verso questo scopo.
La prevenzione così intesa può solo indagare alla ricerca della presenza o meno di una patologia, soprattutto se asintomatica. Lo scopo è avere un punto di partenza per effettuare eventualmente esami più approfonditi. Ma ciò significa scoprire la malattia solamente nel momento in cui è presente, non prevenirla. Inoltre, una volta appurata la presenza di una patologia l’intervento successivo si basa sull’utilizzo di farmaci o tecniche curative più o meno invasive allo scopo di eliminare i fastidiosi sintomi, oppure intervenire chirurgicamente.
Tra le pratiche più in uso a questo scopo ci sono, oltre ai classici esami del sangue, gastroscopie, elettrocardiogrammi, ecc., le radiografie, oggi spesso sostituite dalla TAC. In un articolo della rivista “L’Europeo” del 1994, si afferma che ogni anno circa 1000 italiani muoiono a causa degli esami radiografici eseguiti per verificare il loro stato di salute! L’Italia è il quarto paese nella graduatoria mondiale per il numero di esami radiologici effettuati ogni anno per abitante (1), dopo Giappone (2), Germania (1,4) e Stati Uniti (1,2). Gli effetti a lungo termine dell’esposizione ai raggi X sono cancerogeni (leucemie, cancro della tiroide, ecc.) e genetici (alterazioni morfologiche sia nelle cellule somatiche che cromosomiche e mutazioni genetiche osservabili nelle generazioni successive). L’esposizione a piccole dosi non dà sintomi a breve termine e a lungo termine questi sono molto complessi da appurare perché i danni, se emergenti, si verificano con anni di ritardo su percentuali di popolazione molto bassa.
In senso più naturale e olistico, si può intendere la prevenzione come la capacità di mantenersi in buona salute, sia con l’alimentazione naturale, sia con uno stile di vita altrettanto naturale.
La Medicina Tradizionale Cinese ha sempre considerato la prevenzione delle malattie una delle principali virtù.
Nell’I Ching (Classico dei Mutamenti) si legge:
“L’uomo superiore pensa sempre in anticipo alle malattie e prende misure adeguate per prevenirle”.
Nello Huangdi Neijing (Classico di Medicina dell’Imperatore Giallo) è scritto:
“Il saggio non cura gli uomini quando essi sono già ammalati, ma fa in modo di prevenire la comparsa delle malattie”.
Secondo il pensiero cinese, l’uomo deve sapersi difendere da tutto ciò che può recare danno alla sua salute. Vengono stabiliti, a questo scopo, tre principi fondamentali:
1) sapersi alimentare correttamente;
2) sapersi adattare allo Yin e allo Yang;
3) non esaurire il patrimonio vitale ricevuto alla nascita.
La medicina cinese ha come obiettivo primario insegnare all’uomo a mantenersi in equilibrio con le componenti Yin e Yang dell’Universo, della natura e dell’ambiente. Inoltre, insegna come mantenere l’armonia all’interno del proprio organismo.
Rimanendo nel nostro paese, va ricordato come la Scuola Salernitana, già a partire dall’anno 1000 d.C. (anno della sua fondazione), si fosse prodigata nella stesura di una serie di regole alimentari e di vita che dovevano servire come base per mantenere uno stato di buona salute e prevenire la comparsa delle malattie.
Tra queste, la seguente si addice proprio all‘argomento della prevenzione:
“Poni dei limiti alla gola per aver vita lunga; il medico che nutre poco ti allontana dalla morte”.

lunedì 24 novembre 2008

Alimentazione e salute

Mettere in relazione alimentazione e salute non è così ovvio come può sembrare. Spesso le persone non ritengono che ciò che mangiano influisca sul loro benessere. Per molti, fare prevenzione significa eseguire regolarmente esami clinici per scoprire se è in atto o meno una patologia ed eventualmente bloccarla in tempo. Il cibo viene considerato come qualcosa a sé, che serve per vivere, placare la fame, controllare il peso corporeo. Quindi, non si presta attenzione alla qualità degli alimenti che si introducono, bensì al loro prezzo e al contenuto in calorie.
L’agricoltura biologica è vista da molti come un utopia, un business, una moda, poiché i danni provocati dall’accumulo di tossine all’interno dell’organismo nell’arco di anni di un’alimentazione a base di prodotti chimicizzati sono maggiormente silenti rispetto ad una sintomatologia più eclatante, che possa essere immediatamente messa in relazione ad una causa. Ci siamo ormai abituati a convivere con il nostro malessere, sia fisico che psicologico, al quale rispondiamo prontamente assumendo farmaci o rimedi che disattivino semplicemente il campanello d’allarme.
Nonostante le ampie campagne informative condotte negli ultimi decenni, l’idea che gli alimenti normalmente in commercio vengano prodotti utilizzando pesticidi, diserbanti, ormoni, antibiotici, coloranti, conservanti, ecc. lascia indifferente la maggior parte delle persone. Il portafoglio e l’aspetto fisico vengono considerati molto più importanti nella scala delle priorità, nella quale la salute non occupa mai il primo posto.
Chi in genere si interessa all’alimentazione lo fa principalmente perché è costantemente a dieta. È sorprendente il numero e la varietà di diete che sono state inventate e commercializzate negli ultimi 40 anni. E questa ricca (in tutti i sensi) produzione non ha ancora esaurito la propria fonte. Le donne in genere, ma anche gli uomini (soprattutto chi frequenta le palestre), conoscono perfettamente il contenuto calorico di ogni singolo alimento ed utilizzano prodotti dietetici sostitutivi del pasto. L’alimentazione e l’attività fisica non vengono presi in considerazione in funzione del benessere psico-fisico, ma del dimagrimento e dell’aspetto esteriore.
Spesso la conoscenza e l’informazione relativa all’alimentazione si basa esclusivamente su articoli di giornali femminili e sulla pubblicità televisiva, oltre ai numerosi programmi scientifici e non. Pochi sanno da dove proviene l’alimento di cui si cibano, cosa contiene, quali metodi sono stati utilizzati nella coltivazione/allevamento, nella produzione, nel confezionamento e nella distribuzione. Non siamo più in grado di riconoscere se un alimento è autoctono o proviene da paesi lontani, se è di stagione oppure coltivato in serra. Questo è lo scotto che dobbiamo pagare alla civilizzazione e alla globalizzazione.
Nella giungla dell’alimentazione è veramente difficile districarsi. Quando si crede di aver raggiunto una conoscenza soddisfacente al riguardo, si scopre che, in fin dei conti, non si sa praticamente nulla. La conoscenza, infatti, non ha mai fine; ogni piccolo tassello va aggiunto ad un infinito puzzle che fa parte del mistero della vita, che è possibile indagare anche partendo da una cosa così “materiale“ e “banale“ come il cibo.
Se la nostra conoscenza riguardo all’alimentazione si ferma ad una serie di nozioni oggettive relative alla composizione fisico-chimica dei cibi (macronutrienti, micronutrienti, calorie), potremo considerarci esperti dal punto di vista tecnico, ma resteremo sempre ancorati all’aspetto materiale della vita. Rudolf Steiner affermava che la scienza moderna è in grado di indagare solo ciò che è morto, quindi privo di vita. Ma se avremo il desiderio di approfondire la nostra conoscenza sarà possibile apprendere qualcosa di più sulla vita, sulla relazione che esiste tra l’Uomo e il suo ambiente, tra l’Uomo e il Cosmo, semplicemente chiedendoci cos’è, al di là dell’apparenza, quella sostanza che noi chiamiamo cibo e che ogni giorno, introdotta all’interno del nostro organismo, non solo ci permette di sopravvivere, ma anche di determinare la qualità della nostra salute, dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti.
Gli antichi filosofi ben sapevano che non vi è differenza tra noi e il resto dell’Universo: essi affermavano che ciò che è in basso è anche in alto.
Siamo fatti della stessa materia del Cosmo e ne riceviamo gli influssi e le energie. Proprio come le piante, gli animali, i minerali…..e quello che chiamiamo cibo.

venerdì 10 ottobre 2008




Il cibo è qualcosa di esterno che introduciamo nel nostro organismo e che non attraversa semplicemente l'apparato digerente, ma diventa parte di noi.
Quando introduciamo un alimento che contiene pesticidi, quei pesticidi diventano parte di noi.
Quando introduciamo un alimento che contiene sostanze di sintesi chimica, quelle sostanze diventano parte di noi.
Quando introduciamo un alimento che contiene DNA modificato, quel DNA diventa parte del nostro DNA.
Quando introduciamo un alimento che deriva dal maltrattamento, dalla paura, dalla violenza, tutto ciò diventa parte di noi.
Se introduciamo un alimento prodotto con amore, riscaldato dai raggi del Sole e preparato con cura, tutto ciò diventa parte di noi.

E adesso, cosa ne pensate della carne?


Per legge gli animali destinati al consumo umano devono essere uccisi mediante taglio della gola per poter permettere la fuoriuscita del sangue. Spesso arrivano a questa fase ancora coscienti.

Questa foto non ha lo scopo di scioccare le persone, nè di criticare le scelte alimentari di nessuno. E' solo un invito alla riflessione......